growth hacker multidisciplinare

Il Growth Hacker deve avere un approccio multidisciplinare

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Tempo fa avevo già accennato il tema della multidisciplinarità legata al Growth Hacking su questo blog. Oggi voglio tornarci approfondendo un po’ la questione e lasciando qualche spunto pratico.

Nel mondo delle risorse umane vengono solitamente utilizzate due lettere per descrivere i tipi di profili disponibili sul mercato: profili a “I” e profili a “T”.

(In realtà la questione è un po’ più complessa e negli ultimi anni sono state utilizzate altre lettere come “profilo a X”, profilo a “O”, e così via)

Senza entrare troppo nel dettaglio di questa classificazione, per “profilo a I” si intende una persona con una formazione e delle competenze specifiche in un settore o in un’area. Quello che definiremmo uno specialista, un verticale.

Una persona con “formazione a T” è, invece, una persona che ha una formazione e delle competenze specifiche su un paio di argomenti ai quali affianca, però, una serie di competenze extra che vanno a completare la sua formazione su aree “vicine”.

Pare che questa definizione fosse usata da McKinsey & Company internamente, nella classificazione dei vari consulenti, anche se la prima apparizione ufficiale del termine t-shaped profile è del 1991, da parte di David Guest ed è stato poi reso famoso dall’imprenditore Tim Brown negli anni successivi.

Sarebbe errato e poco onesto intellettualmente dire che un tipo di profilo è migliore di un altro. Anzi, i team migliori nascono proprio dalla collaborazione tra le le “persone a I” e le “persone a T”.

Per potersi avvicinare al mondo del Growth Hacking, però, bisogna decisamente sviluppare un profilo a T.

Se hai letto altri miei post sul tema dovrebbe essere anche abbastanza chiaro il perché, visto che il Growth Hacking non è altro che un approccio che “prende in prestito” elementi da diverse discipline esistenti e li combina in un formato completamente nuovo.

(Se non hai letto nulla, il mio primo libro può essere un buon punto di partenza perché si concentra proprio sulla figura del Growth Hacker in azienda)

Nella lettera T l’elemento verticale rappresenta la profondità delle conoscenze, mentre quello orizzontale rappresenta l’ampiezza delle conoscenze. La profondità di conoscenze rende il Growth Hacker un talento in una o due aree ben specifiche e, dall’altro lato, l’ampiezza delle conoscenze lo rende un curioso capace di fare gioco di squadra.

Ecco quindi l’importanza della curiosità e della formazione continua. Nessuno, al giorno zero, ha tutte le competenze necessarie per utilizzare l’approccio del Growth Hacking a 360 gradi sul proprio business. Ma tutti hanno una formazione verticale su una determinata area, che può essere più o meno vasta, sulla quale poter poggiare le basi di una formazione più ampia.

Eh si, perché non bisogna commettere l’errore di pensare che il Growth Hacker sia un generalista capace di fare un po’ di tutto. La parte verticale della “T” è fondamentale e sarà il punto di partenza sul quale basare il tipo di formazione e di percorso che andrai a fare per diventare un Growth Hacker.

Qualche esempio?

Se sei un programmatore che si avvicina al Growth Hacking sarai probabilmente già ferrato su aspetti di scripting, di scraping, di configurazione dei tool e così via, ma potresti avere la necessità di approfondire aspetti legati al marketing come: lavorare con un funnel, scrivere un buon testo, imparare ad utilizzare il retargeting, gestire una campagna pubblicitaria, e così via.

Se invece hai un background di marketing (che è sicuramente il caso più diffuso di chi si avvicina a questo mondo) potresti avere una conoscenza molto approfondita degli aspetti elencati in precedenza, ma forse dovrai colmare lacune su aspetti di prodotto come: impostare un A/B test, configurare un sistema di tracking ad eventi, ripassare concetti di user experience, e tanto altro.

O, ancora, se sei un product manager che è venuto a conoscenza di questa nuova disciplina potresti avere già un mindset impostato in questo modo, ma forse hai necessità di aggiungere al tuo bagaglio di competenze aspetti di marketing specifici, qualche piccola conoscenza di programmazione, le basi di analisi dei dati e così via.

L’elenco potrebbe andare avanti per molto perché, ovviamente, lo scenario cambia parecchio in base al proprio background. Negli ultimi tempi sono tanti, ad esempio, gli studenti che hanno studiato psicologia e vogliono inoltrarsi nel mondo del Growth Hacking, affascinati dagli aspetti di persuasione e dalle dinamiche di viralità.

Ovviamente questo è un processo lungo e, spesso, estremamente lento, soprattutto quando ci si forma da soli. Fortunatamente lo scenario è decisamente cambiato negli ultimi anni ed esistono tantissimi contenuti pensati per chi vuole diventare un Growth Hacker.

Puoi scaricare un ebook gratuito sul Growth Hacking proprio da questo blog o, se cerchi un percorso di formazione più strutturato puoi dare un’occhiata alla mia academy Growth Program.

Tra i vari casi studio che si leggono in rete si parla poco di Noah Kagan, uno dei migliori Growth Hacker in circolazione e creatore di due prodotti come Sumo e AppSumo delle vere e proprie pietre miliari per chi fa marketing online.

Noah è stato, tra le tante cose, anche il dipendente n. 4 di Mint e n. 30 di Facebook e in una serie di post sul suo blog (tra cui il famoso Perché sono stato licenziato da Facebook) racconta come la sua figura si sia evoluta nel tempo, acquisendo man mano le competenze mancanti, fino a diventare una figura t-shaped perfetta in grado di gestire tutti gli aspetti di un progetto, siano essi di prodotto, di marketing o di business.

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Chi Sono

raffaele gaito blog

Sono un Growth Coach,
autore, speaker e blogger.
Attraverso il Growth Hacking guido le aziende a migliorare i loro prodotti e i loro processi con l’ausilio dei dati, degli esperimenti e del pensiero laterale.
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