la piramide del growth hacking

Come portare il Growth Hacking in azienda

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Introduzione

Quando si parla di un argomento complesso come il Growth Hacking ci sono, a mio avviso, diverse chiavi di lettura che si possono utilizzare. Diversi punti di vista dai quale approfondirlo, dando più o meno priorità a determinati aspetti rispetto ad altri.

Se rappresentassimo questi aspetti come degli strati di una piramide avremmo, allora, quattro grossi blocchi nei quali sono racchiusi svariati elementi che compongono questa metodologia con una curiosa caratteristica: più risaliamo verso la punta della piramide e meno questi elementi sono fondamentali nella quotidianità di un Growth Hacker risultando però, allo stesso momento, più attraenti per il grande pubblico.

Un po’ come in quella famosa (e decisamente abusata) immagine che circola da anni sul web dove si descrive il mondo del business con la metafora dell’iceberg: le persone vedono solo la punta, ma la parte difficile e di cui nessuno parla è quella sotto l’acqua.

Quando si parla di portare il Growth Hacking in azienda o di applicarlo su di un progetto ho notato lo stesso approccio: tutti si lasciano affascinare dalla parte alta della piramide, ma in pochi si concentrano sulle basi.

la piramide del growth hacking

Vediamo in dettaglio quali sono questi quattro livelli e perché è importante partire dalla parte bassa. Senza utilizzare un approccio bottom-up è impossibile portare un vero cambiamento in azienda.

Il mindset

Come in ogni metodologia o disciplina, anche nel Growth Hacking ci sono degli elementi teorici legati all’origine di questo approccio che andrebbero studiati e approfonditi da chiunque voglia padroneggiare l’argomento seriamente. Nelle pagine di questo blog ho già detto cosa penso della teoria e dell’importanza che riveste nella formazione e nell’acquisizione di nuove competenze.

Proprio per questo motivo ho dedicato un intero libro al mindset del Growth Hacking andando a sviscerare i quattro elementi di questo mindset e contestualizzandolo in un momento storico e nel contesto italiano.

Concentrarsi sul mindset significa dare spazio a concetti come la visione, la strategia, l’approccio e altre paroline che sembrano passate di moda, ma che non lo sono affatto.

Il processo

Il secondo livello è quello del processo. Il Growth Hacking è, come ripetuto più volte, fondamentalmente un processo iterativo con degli step ben precisi e un obiettivo altrettanto definito.

Chi ha intenzione di utilizzare questo approccio nella quotidianità per il proprio business o il proprio progetto non può non prendere dimestichezza con tutti gli elementi che compongono il processo: i framework utilizzati (Funnel AAARRR in primis), le metriche da osservare (e la OMTM), gli esperimenti da impostare e tanto altro.

Il mio primo libro si concentra tantissimo sul processo perché è la parte più sottovalutata in assoluto. In troppi pensano che si possano fare esperimenti anche in maniera randomica e disorganizzata. Non c’è cosa più falsa. Ci vuole un metodo, e questo metodo è il Growth Hacking.

Le competenze

Quando su questo blog ho parlato del profilo del Growth Hacker, ho accennato al profilo a T e alla multidisciplinarità, caratteristica fondamentale per approcciare questa metodologia. Tutto il tema delle competenze è quindi importantissimo, ma inevitabilmente non può essere esaurito in un libro, in un post o in un corso, indipendentemente dalla lunghezza e dalla complessità.

Se hai un background tecnico e vuoi migliorare le tue skill di copywriting hai bisogno di tempo e di un percorso ad hoc, allo stesso modo se vieni da marketing e vuoi padroneggiare il javascript non puoi che iniziare a studiare e smanettare ogni giorno finché non avrai una certa dimestichezza

È questo il bello della formazione a T, ci sono così tante cose da conoscere che se da un lato non smetterai mai di studiare, dall’altro non troverai mai nessun contenuto che possa formarti al 100% sulle competenze da Growth Hacker.

Le tattiche

E infine ci sono le tattiche, l’aspetto più discusso e criticato del Growth Hacking.

Si sprecano i post su blog più o meno famosi che stendono elenchi infiniti di tattiche, trucchi e tool da utilizzare per “fare Growth Hacking nella tua startup”. Come se si potesse copiare Dropbox per diventare Dropbox o come se bastasse saper utilizzare bene un tool per impattare concretamente sulla crescita della propria azienda.

Ecco perché l’aspetto delle tattiche è sì importante, ma sicuramente il meno fondamentale tra i quattro livelli appena descritti.

Conclusione

Partire dalle basi è fondamentale, come sempre. Questo concetto è ancora più forte quando si parla di portare un grosso cambiamento in azienda.

Conoscere il caso studio giusto può dare spunti per la propria strategia, padroneggiare un determinato tool può accorciare i tempi, individuare un trucco non ancora scoperto da altri può dare una soddisfazione temporanea, ma la verità è che sono tutti aspetti secondari e passeggeri.

Concentrati sul mindset, poi lavora sul processo, investi sulle competenze e infine dai spazio a tattiche, trucchetti e strumenti.

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Chi Sono

raffaele gaito blog

Sono un Growth Coach,
autore, speaker e blogger.
Attraverso il Growth Hacking guido le aziende a migliorare i loro prodotti e i loro processi con l’ausilio dei dati, degli esperimenti e del pensiero laterale.
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