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I tool passano, il mindset resta per sempre

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Teoria VS Pratica: si può dire con buona ragione che il confronto esiste da quando l’umanità ha iniziato a parlare di conoscenza.

Ogni volta, infatti, che si ha a che fare con la sfera del sapere entrano in gioco questi due pilastri: conoscenza teorica e conoscenza pratica. Il primo a parlare della conoscenza come sapere pratico è stato, neanche a dirlo, Aristotele. Prima di lui si era parlato piuttosto di technè, indicando con questo termine quelle discipline che si servivano appunto di tecnicismi che le rendevano operative e performanti.

La pratica invece per Aristotele era quella declinazione della filosofia, non orientata alla verità in quanto tale, ma alla sua applicazione in relazione a qualcosa ed ora.

Tutto sommato si può dire che il nostro approccio alla conoscenza funziona ancora così, e il confronto tra pratica e teoria sembra essersi ancora di più esasperato a favore spesso di una ricerca di tecnicismi operativi a discapito di una interrogazione e comprensione dei processi.

Quando mi confronto con l’ambito della formazione, soprattutto nel settore del digitale, sono costretto a misurarmi con il dilemma: più pratica o più teoria?

Ecco perché dopo aver parlato di valore, studio e successo ho capito che era arrivato il momento di fermarmi un attimo a riflettere sul valore di questo confronto e mi sono chiesto: Sono proprio sicuro che quel “O” tra teoria e pratica abbia senso?

Come avrai capito il parere dei miei interlocutori (sia clienti che studenti) ha un valore importantissimo nell’organizzazione e pianificazione del mio lavoro e tra i principali feedback che ho raccolto in ambito formativo ho notato che emerge sempre una certa “fobia della teoria” e una conseguente e spasmodica richiesta di informazioni pratiche: come faccio a fare X? quale tool mi consigli per fare Y? il corso sarà pratico, vero?

Ancora una volta andare all’origine e cercare di interrogare il senso delle cose, mi ha evidenziato un errore non tanto nella risposta che può derivare dalla domanda: “meglio pratica o teoria?”, ma nella sua stessa formulazione.

Per prima cosa, è arrivato il momento di dirlo: l’espressione “zero teoria” è falsa!

O meglio è un modo accattivante per sottolineare l’applicabilità dei concetti e la loro immediatezza, ma è ovvio che senza un contenitore teorico, qualsiasi strumento, a cosa serve e perché, sarebbe del tutto inutile imparare a usarlo.

Ecco perché a volte mi ritrovo a usare l’espressione “zero teoria”, ma non lo faccio per dire che la teoria non serve! Anzi, lo studio, con tutte le sue fasi, è sempre il primo passo necessario, ricordi?

Se anche tu sei spaventato/annoiato dalla teoria, quello che dovresti fare è provare a immaginare la teoria non come una noiosa serie di definizioni, corollari e formule inutili, ma come la struttura portante e significativa delle azioni che dovrai compiere per raggiungere il tuo fine, vale a dire: creare e comunicare il tuo valore.

In questo modo lo studio teorico non è altro che la ricerca e l’affinamento del giusto mindset, mentre la pratica, come parte operativa, consiste piuttosto in tutte quelle azioni “tecniche” che permettono di realizzarlo in un contesto determinato.

In questi termini teoria e pratica non sono più in opposizione tra loro, ma diventano due elementi complementari di un processo in continua evoluzione orientato al progresso e alla crescita in ogni disciplina!

Ma che succede se questa riflessione generica proviamo ad applicarla al business e più nello specifico al marketing digitale?

Prima di ogni definizione, non mi stanco mai dire che il Growth hacking è un mindset, un approccio. Mi sforzo sempre di trasmettere, quando faccio formazione, che se i tool, i libri e i framework passano, il mindset è l’unica cosa che dura per sempre!

Andrew Chen, uno dei principali Growth Hacker al mondo (il cui blog è stato definito One of the best entrepreneurship blogs of all time da Eric Ries) focalizza benissimo l’approccio metodologicamente teorico e operativamente pratico di chi sta facendo Growth Hacking:

Growth Hackers have a common attitude, internal investigation process, and mentality unique among technologists and marketers. This mindset of data, creativity, and curiosity allows a growth hacker to accomplish the feat of growing a user base into the millions

Ma è anche vero che dall’altro lato il Growth Hacking si confronta con un panorama in continua evoluzione, ecco perché non solo è un mindset ma è anche un processo.

Se è vero che oggi ci troviamo in un’epoca in cui tutto evolve e cambia sempre più velocemente, quella che Jim Hemerling definisce “l’era della trasformazione sempre in atto” in un bellissimo TED talk in cui parla di come affrontare il cambiamento in ambito lavorativo, è necessario ripensare il valore assoluto che fino a qualche anno fa era possibile dare alla parte teorica di una disciplina.

Ecco perché occorre ripensare al rapporto tra teoria e pratica in termini non esclusivi ma partecipativi.

Un rapporto capace di riorganizzarsi continuamente, adottando di volta in volta la tecnica migliore per raggiungere l’obiettivo, ma tenendo sempre presente sullo sfondo un approccio, appunto un mindset, che lo stesso Jim Hemerling nel suo talk definisce:

Nell’era della trasformazione “sempre in atto”, le imprese saranno sempre in trasformazione. Ma farlo non dovrà essere estenuante. Lo dobbiamo a noi stessi, alle nostre imprese e alla società più in generale: trasformare coraggiosamente il nostro approccio alla trasformazione.

Come sempre, ti lascio qui il video del TED talk in questione. Dedicagli un quarto d’ora perché ne vale veramente la pena!

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