sperimentare

Vuoi imparare DAVVERO qualcosa? Devi sperimentare e sporcarti le mani!

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C’è un tempo per le buone idee e un tempo per i bilanci, in mezzo c’è il tempo della sperimentazione.

Ti ho già detto cosa penso di chi cerca formule magiche per avere successo e della mia idea su come deve essere fatto un percorso in cui si vuole creare valore, e da qui ho deciso di intraprendere una riflessione che è partita dall’imprescindibile ruolo dello studio nella fase iniziale di un progetto.

Ebbene se studiare è il primo passo necessario, sperimentare è il secondo naturale.

Dopo aver teorizzato il tuo progetto tappezzando mq di parete con post-it di ogni colore e forma, analizzato presente, passato e futuro di un’idea e fatto ogni sorta di previsione, ci sono due possibilità: lasciar perdere o iniziare a giocare!

Tuttavia dal momento del lancio al primo vero momento di revisione intercorre uno spazio più o meno lungo di tempo in cui occorre mettere in campo tutta l’elasticità mentale, la pazienza e l’umiltà di cui si dispone, perché quella che stai facendo è una sperimentazione.

È il momento di mettere in pratica gli strumenti e le conoscenze acquisiti nella prima fase di studio, ma tenendo conto del contesto, delle variabili e degli imprevisti che non si rivelano se non quando stanno accadendo.

Puoi guardare alla sperimentazione come una versione 2.0 della vecchia e consolidata “esperienza”.

Se andiamo a curiosare nell’etimologia della parola esperienza troviamo che letteralmente ha origini dal greco: andare oltre i peira, cioè i confini. Indica dunque la necessità di un cambiamento che non è altro che una capacità di trovare la giusta conformazione.

Ti ricorda qualcosa? Problem/Solution Fit? Product/Market Fit?

Il concetto di cambiamento, che nella parola esperienza è già dichiarato nella sua etimologia, nel mondo delle startup (e del business, in generale) assume un ruolo chiave e determinante e da cambiamento si trasforma in crescita.

Sperimentare significa quindi sporcarsi le mani e mettersi in gioco, fallire ed essere pronti ad effettuare delle modifiche sull’idea di partenza senza farsi sopraffare da quello che Tim Hardford chiama “ il complesso di Dio”. Il suo consiglio, nel bellissimo TED che trovi alla fine di questo post, è di accettare la casualità e cominciare a fare errori migliori.

Cosa significa sperimentare con criterio e ipotizzare il fallimento in ottica positiva?

Partiamo dallo “sperimentare con criterio”. Anche nella fase di sperimentazione quello che ti serve è un piano o una strategia con delle previsioni!

Non hai idea di quante volte mi trovo a fare chiacchierate con clienti (o potenziali tali) che stanno avviando un progetto e non hanno un piano o una strategia. E, peggio ancora, non capiscono l’importanza di averne uno.

Il rischio di procedere senza una metodologia chiara è quello di saltare dei passaggi fondamentali nella fase embrionale di un progetto.

La mancanza di strategia, nel migliore dei casi produce un rallentamento, ma nella maggior parte di essi porta all’arresto vero e proprio del progetto!

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Su uno studio fatto su 2365 startup analizzate in 28 mercati – come riporta Paolo Fiore in un suo articolo per StartupItalia – il 21,2% delle imprese è ancora al seed stage, ma la maggior parte (48,5%) è nella fase di startup vera e propria e ha già prodotto fatturato. Quelle matura, in fase di crescita, sono il 23,9%. E solo l’1,6% è arrivato nel bacino dei later stage. Una distribuzione, con piccole differenze, comune a tutti i Paesi europei.

In fase di sperimentazione il marketing tradizionale potrebbe non funzionare, diventa allora fondamentale il ruolo del Growth Hacking che nell’ecosistema delle startup ha assunto un proprio ruolo nell’ambito del marketing digitale proprio per i motivi di cui sopra. Avere una strategia è già la strategia: Il Growth Hacking è un insieme di approcci, tecniche e strategie.

Che significa questo? Significa che il successo non è mai al 100% casuale!

Ci sono in gioco molti e diversi fattori, ma il controllo e lo studio delle metriche hanno un ruolo fondamentale nella fase sperimentale di un progetto. Cito spesso l’approccio Growth Hacking proprio perché è data-driven e lo scarto del successo, spesso, si gioca sulla capacità di intuire la metrica più importante per il proprio prodotto, tenerla sotto controllo e prendere delle decisioni di conseguenza.

E poi c’è un aspetto che a molti non piace: anche metabolizzare il fallimento fa parte della strategia!

Il miglior approccio in questa fase è mettere in campo il fallimento in un’ottica positiva. A tal proposito, adoro l’affermazione di Adam Grant, psicologo e professore alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, che dice:

I più grandi originali sono quelli che falliscono di più, perché sono quelli che ci provano di più. Servono molte cattive idee per averne poche buone

In quest’ottica è possibile leggere il fallimento come parte integrante del successo se è inserito all’interno di un processo di crescita che prevede cambiamenti di rotta in corso d’opera.

Be beta” è il concept scelto dal WOBI per il Word business forum del 2016. “Siate Agili” il monito che arriva dai più famosi esperti del mondo.
Siamo tutti in uno stato beta permanente. In un’epoca in cui il vantaggio competitivo a lungo termine è morto riuscirà ad emergere solo chi avrà la capacità di reinventarsi, sperimentare e imparare.

Ecco che la sperimentazione può essere letta come una “skill evolutiva” poiché, come scrive Oscar di Montigny nel suo blog

Tutti noi lavoriamo e ci muoviamo in un ecosistema in stato Beta, ossia perennemente sottoposto a forti tensioni verso l’innovazione e il cambiamento

Come sempre, ti lascio con un TEDx di approfondimento. Lo scrittore Tim Hardfod parla del “Complesso di Dio”:

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