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“Cosa pensi della mia idea?”, ecco perché non devi chiederlo così!

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Poco più di un mesetto fa ho co-organizzato lo startup weekend a Salerno, un’eccezionale prima edizione dove ho incontrato tantissime persone interessanti, alcune con idee che vale la pena approfondire, ma solo poche già pronte a partire.

Fin qui niente di strano! È proprio questo il senso di eventi di questo tipo: mettere le basi e fare i primi passi a partire dalla validazione della propria idea!

Ecco, è proprio questo il punto di questo post: il percorso non inizia a valle dell’idea e della verifica della sua validità, ma prima! Domandarsi e domandare se la propria idea ha o meno un senso è uno dei punti cruciali del percorso, ma forse non il più importante!

Una delle cose che spesso mi capita durante eventi come questo è quello che io chiamo: “L’effetto Guru”.

Si tratta dell’approccio più o meno informale di chi ha ascoltato un mio talk, seguito un mio webinar o letto un post sul blog che mi ha reso piuttosto autorevole ai suoi occhi, o almeno quanto basta per convincersi che un mio parere favorevole potrebbe avere una qualche influenza sul successo della propria attività.

Ovviamente non capita solo con me. Lo vedo fare in tantissimi contesti con chiunque abbia un minimo di visibilità e autorevolezza in questo settore.

Ma tornando a noi…

L’aspirante startupper (o, semplicemente, la persona con il progetto) si avvicina con l’aria da vecchio amico che vuole sapere tutto di te e della tua vita, ma alla seconda parola sta già elaborando la sua formula d’effetto per raccontare la sua idea.

Fin qui tutto bene o almeno nella consuetudine, fino a quando si arriva al dunque: ossia alla terribile domanda “Che ne pensi della mia idea?”.

In tutta sincerità, credo che una domanda di questo tipo riveli due ordini di problemi:

  1. Una mancanza di metodologia: la validazione di un’idea di business non può prescindere dal contesto in cui è immersa. In poche parole un’idea in se stessa non può essere buona o cattiva, non può quindi essere valida senza tenere in considerazione tutta una serie di fattori da cui dipende il successo o l’insuccesso di un progetto nel complesso del suo sviluppo.
  2. Un’insicurezza formale che proietta immediatamente chi è dall’altra parte in un pregiudizio negativo. Chiedere “cosa pensi della mia idea”, a prescindere dal fatto che il mio know-how mi permetta di capire il core business della tua startup, equivale a chiedere un consenso del tutto fine a se stesso.

Quello che più di ogni altra cosa serve in fase di validazione, come dico spesso nei miei video e post dedicati alle Startup e al Growth Hacking, è la capacità di intercettare un problema, un’esigenza o una criticità di qualche tipo.

Ancora una volta, mi trovo a fare una considerazione sul peso da attribuire all’idea.

Se infatti da un lato è assolutamente vero che sono un sostenitore della condivisione e del networking e non poche volte ho io stesso sperimentato che le migliori intuizioni nascono spontaneamente bevendo una birra con un amico, dall’altro lato credo che per avere un feedback realmente utile sia indispensabile mettere in campo le giuste strategie e procedere con metodo.

La prima cosa di cui devi convincerti è che quello che devi cercare quando ti confronti con gli altri non è un consenso ma un feedback.

Credo sia intuibile la differenza tra i due: quello che devi aspettarti, e in parte pretendere, sono le critiche (o meglio criticità) della tua idea, i dubbi, i diversi punti di vista, gli ostacoli imprevisti. Solo così puoi veramente migliorare la tua idea o il tuo progetto.

Come direbbe Steve Blank:

Continuous distruptions requires continuous innovation

Ci sono, a mio avviso, due elementi fondamentali per ottenere un feedback efficace:

  • Le persone
  • Le domande

Non tutti gli interlocutori sono autorevoli allo stesso modo e su ogni tematica.

Senti tutti, ascolta pochi, segui nessuno!” ne ho parlato un po’ di tempo fa in un post dedicato a quello che ho imparato sui feedback nelle mia esperienza con le startup.

Per avere un feedback non cercare un mentor, un esperto o un guru, prima viene il cliente. Solo chi rientra nel tuo target e vive quotidianamente quel problema/bisogno potrà dirti se la tua idea è in grado di fornire una concreta soluzione.

Ne ho parlato ultimamente anche in uno dei miei video: punta a trovare il problem-solution fit!

A nessuno frega niente della tua idea!

🙏 Hai avuto un'idea geniale? Ti prego, GUARDA QUESTO VIDEO![P.S. Tagga un amico a cui potrebbe essere utile]

Posted by Raffaele Gaito on Sunday, April 23, 2017

Arrivati a questo punto dovrebbe esserti chiaro perché non basta, anzi è sbagliato, chiedere “Che ne pensi della mia idea?”.

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Quando parliamo di startup, la sperimentazione è uno step fondamentale, di cui abbiamo già parlato in uno dei post della serie dedicata ai tre passi necessari per intraprendere un percorso di valore, basato su un approccio learning and discovery che permette di modificare continuamente il prodotto integrando nella sua evoluzione i diversi feedback raccolti.

Ecco perché occorre validare continuamente e in tutti i suoi segmenti un’idea, partendo dall’inizio e durante tutto lo sviluppo del business model. Questo è l’enorme e ormai irreversibile cambiamento introdotto anni fa dalla metodologia Lean.

In un bellissimo post di qualche anno fa su Harward Business Review, Steve Blank spiega perché la metodologia Lean ha cambiato tutto, individuando tre passaggi fondamentali:

  1. Sketch Out Your Hypotheses
    Butta giù le tue ipotesi, che in questo discorso vale a dire: organizza la tua idea in modo da poterla sottoporre con domande precise alle persone giuste!
  2. Listen to Customers
    Ascolta i clienti, cioè raccogli i feedback. Come? Ci sono moltissime possibilità, dalle Customer interviews a tecniche di testing fino a tool più specializzati.
  3. Quick, Responsive Development
    Un rapido sviluppo dovuto all’integrazione quasi immediata dei feedback ricevuti. Questo punto presuppone l’utilizzo di metodologie ben precise.

I tre passaggi di Blank incontrano ancora un’altra variabile: le tempistiche. Non basta fare un’ottima analisi se non si è in grado di rendere il cambiamento operativo in poco tempo.

Bill Gross in un’analisi condotta su un campione di startup di successo ha individuato “il tempo” come il fattore con la maggiore incidenza sul successo di un progetto: “Il tempo conta per il 42 per cento sulla differenza tra successo e fallimento. Al secondo posto, il team e l’esecuzione, e l’idea e la sua unicità sono solo al terzo posto”.

Puoi ascoltare il discorso completo in questo Ted Talk The single biggest reason why startups succeed:

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