Endowment Effect: affezionarsi ai tool (e ai prompt)

Introduzione

Parto da una domanda: quand’è l’ultima volta che hai cambiato davvero uno strumento che usi ogni giorno?

Non parlo di scaricare un’app nuova per curiosità e tornare, dopo mezz’ora, al programma di sempre. Parlo di abbandonare per davvero un tool su cui hai investito tempo, configurazioni, scorciatoie e abitudini. Se la risposta è “non me lo ricordo”, allora questo articolo ti riguarda da vicino.

Ci affezioniamo a ciò che possediamo e così finiamo per essere gestiti dalle cose che crediamo di gestire. Questo comportamento fa parte dei bias codificati fino ad ora: l’effetto dotazione, (endowment effect).

Si tratta di quel meccanismo psicologico che ci porta ad attribuire più valore alle cose semplicemente perché sono nostre. E nell’era dell’intelligenza artificiale non è affatto scomparso, ma direi che si è amplificato, perché oggi non ci affezioniamo più soltanto agli oggetti, ma ai tool, ai workflow e perfino ai nostri prompt.

Cos’è l’endowment effect

L’effetto dotazione è uno dei fenomeni più studiati dall’economia comportamentale, e il suo studio porta la firma di Richard Thaler, premio Nobel, collega di Daniel Kahneman ed Amos Tversky e tra i padri della teoria del nudge, di cui ho già parlato qui in passato.

L’esperimento più celebre dell’economista è quello della tazza. In pratica a metà dei partecipanti alla ricerca viene regalata una semplice tazza per poi chiedere a tutti loro di assegnarle un valore economico. Il risultato è quasi comico: chi la possiede pretende in media il doppio di quanto chi non la possiede sarebbe disposto a pagare. La tazza è identica. L’unica differenza è il possesso.

Lo stesso meccanismo lo vediamo all’opera continuamente. La casa che mettiamo in vendita “vale” sempre più di quanto dica il mercato. La nostra vecchia auto ha un valore affettivo che nessun listino può riconoscere. I biglietti di un concerto, poi, diventano improvvisamente inestimabili nel momento esatto in cui li abbiamo comprati.

Ma il punto più interessante è un altro: l’effetto dotazione non riguarda soltanto gli oggetti materiali. Riguarda tutto ciò che percepiamo come nostro. Idee, progetti, competenze, abitudini e, sempre di più, strumenti di lavoro.

Perché sopravvalutiamo ciò che abbiamo

Se hai mai lavorato in un team, questa scena ti suonerà familiare. Immagina che qualche collega o superiore propone di chiudere un progetto che non sta funzionando, e chi lo ha ideato si oppone con una serie di argomentazioni apparentemente razionali che, però, nascondono una sola frase non detta: “è il mio progetto”.

Esiste persino una variante di questo bias ed è l’effetto IKEA. Diamo più valore alle cose che abbiamo costruito con le nostre mani, anche quando il risultato non è perfetto. Quella libreria, sempre lei, assemblata di domenica pomeriggio, con un’anta che chiude un po’ male, ai nostri occhi vale più di una identica comprata già pronta. L’abbiamo costruita noi e tanto basta.

Nel lavoro succede esattamente la stessa cosa. Sopravvalutiamo i progetti che abbiamo lanciato noi, anche quando ad un certo punto i dati suggeriscono di fermarli. Le idee che abbiamo proposto noi, anche quando ne esistono di migliori. Gli strumenti che abbiamo scelto noi, anche quando il mercato è ormai andato oltre.

Non è una questione di scarsa razionalità, perché succede ad una percentuale altissima di persone, come gli studi confermano. Il nostro cervello lega la gestione di quella cosa, materiale o no che sia, all’identità personale e rinunciare a qualcosa che sentiamo nostro viene vissuto come una perdita. 

Si aggiunge un tassello a questo punto: le perdite pesano psicologicamente molto più dei guadagni equivalenti. Lasciare andare fa male più di quanto acquisire nuove esperienze faccia piacere.

Il tool che non riesci a cambiare (soprattutto se è AI)

Arriviamo agli strumenti e pensa a quanto tempo hai investito per imparare davvero ad usarli: le scorciatoie da tastiera, le automazioni, i template e le varie integrazioni. Tutto questo è un investimento in termini di tempo ed energia, e ogni investimento genera un senso di possesso.

Così, quando arriva uno strumento oggettivamente migliore, almeno in un primo momento lo valutiamo con freddezza, pensando che siamo già comodi in quello attuale. Finisce che restiamo dove siamo.

Con l’intelligenza artificiale questo effetto si moltiplica, perché un assistente AI, dopo qualche settimana, conosce già il nostro modo di scrivere, i progetti su cui lavoriamo, le nostre preferenze e anche molte espressioni. A differenza dei tool classici, questa volta non siamo soltanto noi ad aver imparato a usarlo: in un certo senso, anche lui ha imparato a conoscere noi. Per questo sostituirlo sembra più un momento in cui ci ritroviamo a salutare un collaboratore, anziché cambiare un tool.

Subentra un altro problemino: il mercato dell’AI corre a una velocità senza precedenti, tanto che il miglior strumento di sei mesi fa oggi potrebbe essere diverso. Per cui la conseguenza è che se l’effetto dotazione ci impedisce di vedere con distacco e lucidità quello strumento, continuiamo a pagare, ogni giorno, un costo che non vediamo.

Quando ci affezioniamo ai prompt

C’è però un livello ancora più sottile: “l’affezionarsi” ai prompt.

Pensaci un attimo. Può capitare che per ottenere un risultato ottimale hai lavorato per tanto tempo, aggiungendo istruzioni, esempi, dettagli, finché non era “perfetto”. Sembra quasi un lavoro artigianale nel senso più pieno. L’hai costruito pezzo dopo pezzo e, proprio per questo, ai tuoi occhi vale moltissimo.

Ma i modelli evolvono, basta pensare a come la creazione degli agenti abbia stravolto tantissimo il lavoro, per chi ha iniziato ad usarli.

Eppure in tanti continuano a trascinarsi dietro prompt collaudati, ereditati da versioni ormai superate, senza fermarsi a chiedersi se abbiano ancora senso.

Un paradosso perfetto: lo strumento nato per renderci più efficienti può diventare in alcuni casi la zavorra che ci rallenta.

Attenzione, però, perchè non sto dicendo che la soluzione sia cambiare di continuo. Anche saltare da uno strumento all’altro senza mai fermarsi è un problema. La differenza è che restare dovrebbe essere una scelta consapevole, non semplice inerzia.

Qualche strategia ti può aiutare a stare dietro a tutto:

  • Il test del nuovo arrivato: se oggi partissi da zero, senza configurazioni né abitudini pregresse, sceglieresti ancora questo strumento? Se la risposta è no, con ogni probabilità sei immerso o immersa nell’endowment effect
  • Programmare revisioni periodiche: ogni tanto rivedi tool, workflow e prompt come se appartenessero a qualcun altro, e valutali con distacco, basandoti solo ed esclusivamente sui dati, e non sulla comodità di utilizzarli
  • Considerare il costo del non cambiare: ci concentriamo sempre sulla fatica che comporta migrare un lavoro e quasi mai sul costo silenzioso di continuare a usare qualcosa di meno efficace, giorno dopo giorno.

Conclusioni

Il mondo dei bias cognitivi è affascinante, perché è quella zona in cui studiosi di discipline diverse, economisti, psicologi, neuroscienziati, riescono a dare un nome e un metodo ai comportamenti che tutti noi viviamo ogni giorno senza accorgercene. 

L’effetto dotazione è uno di questi: esiste da sempre, molto prima di avere un’etichetta, ma l’intelligenza artificiale gli ha dato un’intensità nuova. Più uno strumento si adatta a noi, impara il nostro linguaggio e anticipa le nostre esigenze, più in fretta lo sentiamo nostro. E più lo sentiamo nostro, più diventa difficile guardarlo con lucidità.

La domanda da portarsi a casa, allora, è semplice: quanto di ciò che usi oggi lo usi perché è davvero la scelta migliore, e quanto solo perché ormai è diventato tuo?

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