Quando l’Intelligenza Artificiale incontra la filosofia

Introduzione

C’è un equivoco di fondo nel modo in cui parliamo di Intelligenza Artificiale: pensiamo che sia, prima di tutto, una questione tecnica. Algoritmi migliori, modelli più performanti, infrastrutture più veloci. Tutto vero, ma incompleto.

Ho sempre pensato che in una stanza in cui si parla di Intelligenza Artificiale e tecnologia, i dialoghi più profondi possano nascere quando a confrontarsi sono figure apparentemente lontane, come un informatico (o un’informatica) e una persona che si occupa di filosofia, perché la tecnologia, soprattutto oggi, non è mai solo tecnologia. 

Oggi ciò che indichiamo come tecnologia è anche infrastruttura, potere, cultura, socialità, economia. È una forza che modifica i comportamenti individuali e i meccanismi collettivi e quindi richiede sguardi capaci di vedere come funziona una cosa, così come cosa produce e chi influenza.

Questa convinzione ha trovato conferma con forza dopo una conversazione con Maria Rosaria Taddeo, professoressa di Etica Digitale e Tecnologie della Difesa allOxford Internet Institute. Dalla nostra chiacchierata emergono due elementi che raramente convivono con questa chiarezza: da un lato la lucidità di chi conosce gli ecosistemi digitali, dall’altro la profondità di chi ha gli strumenti per parlare di valori e responsabilità. Una combinazione, oggi, rara e necessaria.

Chi è Maria Rosaria Taddeo

Maria Rosaria Taddeo lavora da anni allo studio dell’intersezione tra etica, tecnologie emergenti e sicurezza. Durante la sua carriera ha avuto riconoscimenti e fatto pubblicazioni importanti, ma ciò che colpisce davvero, aldilà della sua esperienza, è la capacità di portare le questioni filosofiche nel cuore del dibattito contemporaneo senza renderle astratte. 

Quando si parla di AI nei dibattiti comuni sentiamo spesso la domanda classica: “è giusto o sbagliato?”, come se fosse possibile dare una risposta unica e netta. 

Con Taddeo, invece, le domande sono state altre: quali regole mancano, quali rischi sono già qui, quali opportunità stiamo ignorando.

È un modo di ragionare che mi fa venire in mente più una bussola che un tribunale. E forse è proprio questo il punto: non serve solo qualcuno che dica “no”. Serve qualcuno che aiuti a capire dove stiamo andando.

L’AI come trasformazione: si può subire o guidare

Uno dei passaggi più potenti su cui mi sono soffermato a ragionare (dopo l’intervista che puoi trovare più sotto) è una frase semplice, ma che si pianta nella testa: le trasformazioni si possono subire o guidare. È una verità banale solo in apparenza, perché spesso, quando parliamo di AI, parliamo come se fosse un evento atmosferico: arriva, travolge, cambia tutto e ci adattiamo. Fine.

Invece no. Non stiamo parlando di un temporale, perché ci sono delle scelte che possiamo fare a riguardo. E allo stesso tempo stiamo adottando sistemi potenti in ambiti delicati senza ancora aver definito un quadro di responsabilità adeguato.

E qui entra la filosofia, nel senso più concreto possibile, come l’unica disciplina che ti obbliga a chiedere qual è il criterio, qual è il confine, qual è la priorità

L’Intelligenza Artificiale, quindi, resta solo in parte una questione tecnica perché in effetti ci mette davanti ad un problema di scelta. 

So che l’argomento può suonare in qualche modo ancora nuovo, ma voglio farti un esempio concreto: immagina un algoritmo di selezione del personale usato per scremare i CV.

Dal punto di vista tecnico funziona in maniera impeccabile: analizza migliaia di candidature, individua pattern ricorrenti, predice quali profili potranno avere performance migliori. 

In pratica abbiamo apparentemente solo vantaggi: altissima efficienza, tempi ridotti, costi più bassi. Tutto ok.

Poi però succede questo: l’algoritmo scarta sistematicamente candidati più anziani, o con percorsi non lineari, o ancora provenienti da contesti sociali svantaggiati. Lo fa perché i dati storici sui quali è stato creato gli hanno insegnato che in passato quelle persone venivano, per esempio, assunte meno spesso.

E qui entra la filosofia, nel senso più concreto possibile. Entrano in gioco domande da porci, meno tecniche, ma doverose:

  • È giusto ottimizzare solo la probabilità di performance?
  • Il criterio deve essere l’efficienza o l’equità?
  • Vogliamo che l’algoritmo riproduca il passato o che in qualche modo lo corregga?
  • Chi decide qual è la priorità tra accuratezza e inclusione?

E così via, in base al contesto, che sappiamo bene oggi essere anche medico, sociale, scolastico etc.

La tecnologia dell’AI può dirti, in maniera più o meno valida, cosa succede se imposti un certo obiettivo, ma è limitata su un altro aspetto: non può dirti quale obiettivo dovresti impostare.

Consapevolezza: il vero valore

Da questa incredibile intervista con Maria Rosaria Taddeo c’è un’altra parola che, quando si parla di Intelligenza Artificiale, rischia di sembrare scontata ed invece è la più potente di tutte: consapevolezza.

Però in che accezione viene intesa questa parola?

Lo senti anche tu per certo: l’AI è un ambiente in cui abiti. È diventata come l’elettricità o l’aria condizionata: non ci fai caso finché non manca. E proprio per questo il dibattito non può restare confinato tra specialisti perché è una questione che riguarda chiunque. 

Lo vedo di continuo anche nella mia Academy dedicata all’AI: chi entra non sempre lo fa per comprendere solo come funziona un LLM, migliorare prompt o conoscere il nome dell’ultimo modello. È qualcosa di più profondo e più pratico: capire cosa stai delegando. Essere consapevoli che ogni volta che chiedi, accetti, copi, automatizzi stai spostando un pezzo della tua attenzione, delle tue decisioni e del tuo giudizio.

E qui succede un fenomeno interessante: l’AI è la prima tecnologia di massa che oltre a potenziare un gesto, entra nel territorio più delicato di tutti, quello delle interpretazioni, o più precisamente, ti propone una forma già pronta del pensiero: una sintesi, una spiegazione, una conclusione plausibile. Se non hai strumenti critici, quella plausibilità rischia di diventare autorità.

È per questo che la consapevolezza diventa così importante: fare il possibile per diventare esperti in materia senza essere passivi, senza essere spettatori. Altrimenti, per ricollegarmi a quanto detto prima, la trasformazione non la guidiamo, ma la subiamo.

AI tra entusiasmo e paura

C’è una tentazione, davanti a questi temi, di rifugiarsi in due estremi: o nell’entusiasmo cieco (l’Ai è la magia che risolve tutto), o nella paura cieca (ci ruberà il lavoro, spegnerà le idee, è un mostro, distruggerà tutto). La consapevolezza vera, nella maniera più autentica che ci sia, ti permettere di riconoscere la potenza, i limiti, le possibilità e di conseguenza avere tutti gli strumenti per approcciare all’AI con quella cura che tutte le cose potenti necessitano. 

La vera sfida dei prossimi anni, forse, sarà proprio questa: trasformare la consapevolezza da concetto astratto a competenza di base. Come leggere e scrivere. Come capire un contratto. Come distinguere un fatto da un’opinione. Perché se l’AI diventa il nuovo strato attraverso cui passa informazione, lavoro, relazione e persino identità, allora la consapevolezza diventa alfabetizzazione.

E l’alfabetizzazione, quando riguarda tutti, non è mai un lusso. 

Questi temi li puoi approfondire nell’intervista qui sotto, che merita di essere guardata dal primo all’ultimo secondo. 

Conclusioni

Se c’è un messaggio che porto via da questa conversazione è che il futuro dell’AI dipende da quanto è avanzata la nostra capacità di interrogarci a riguardo ed essere pronti ad accoglierla come una risorsa imprescindibile per la società intera. 

E forse dovremmo essere tutti e tutte consapevoli che per farlo serve forzare l’incrocio e l’intersezione delle competenze, accettare che il dialogo sia di tutti noi, nessuno escluso. 

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