La verità e l’AI: fake news e memoria collettiva

Introduzione

Cosa è vero e cosa no? 

È la domanda che sempre più spesso ci sta accompagnando in questo presente così paradossale: l’informazione è ovunque, ma la fiducia che riponiamo in essa è sempre più fragile. 

Da un lato ci sono gli strumenti AI potentissimi che stiamo imparando ad amare, che ci supportano in ogni piccola o grande attività. Dall’altro lato, però, cresce la sensazione che la realtà stessa sia manipolabile. E quando ogni persona inizia a chiedersi “ma è vero o è AI?” ecco che scatta il corto circuito: o credi a tutto, o non credi più a niente

Non a caso la BBC ha lanciato quiz mensili per allenare il pubblico a distinguere immagini vere da quelle false, mentre il Microsoft AI for Good Lab ha lanciato un progetto (tra i tanti) che lavora su tecnologie per riconoscere i deepfake usando l’AI

Il problema è reale: secondo uno studio dell’Università di Waterloo, oggi solo il 61% delle persone riesce a riconoscere una foto autentica da una generata artificialmente. 

In una conversazione recente con il giornalista e creator Francesco Oggiano, il punto è emerso con chiarezza: sta cambiando il cosa diventa informazione, oltre che il come ci informiamo e, soprattutto, cambia cosa finisce dentro la nostra memoria collettiva.

Un tema che secondo me va approfondito.

Il problema è la qualità del filtro

Io me lo ricordo bene quando, per anni, il cuore del problema legato alla disinformazione era l’avere accesso limitato alle cose: alle fonti per esempio, ma anche a determinati studi, notizie, dibattiti e così via. Oggi l’accesso è totale e anche veloce. In 3 secondi puoi avere sotto mano di tutto, le notizie, certo, ma anche tante opinioni soggettive, commenti, riassunti.

Lo scibile umano è a portata di click.

Si è ribaltata la questione e nell’intervista Oggiano dà uno spunto interessante dicendo che informarsi non è più aggiungere fonti, ma togliere rumore. In pratica saper scegliere tra minime opzioni, quelle più curate e attendibili e costruirci sopra la tua opinione o il tuo contenuto e così via.

Viene da sé una verità scomoda: nell’era dell’IA, il filtro sei tu, e se non alleni quel filtro, qualcun altro lo farà al posto tuo, con obiettivi che potrebbero non coincidere coi tuoi.

Chi decide cosa “esiste”?

Una delle domande più spinose è: se sempre più persone chiedono notizie a un chatbot, quel chatbot diventa una sorta di realtà parallela da dover mettere in discussione?

Il rischio è senz’altro tecnico, relativo ad errori o bias, ma ancor peggio è un rischio culturale: se delego l’intero processo di ricerca a un intermediario artificiale, rinuncio a pezzi importantissimi per costruire un pensiero critico. Prima aprivi dieci risultati, li confrontavi tra di loro, in alcuni casi leggevi libri su libri, dubitavi di quanto letto. Oggi è facile cadere nella tentazione: “dimmi tu cosa è vero”.

E quando l’intermediario è controllato da una piattaforma, che risponde a logiche industriali e talvolta politiche, la questione torna inevitabile: chi controlla l’intermediario, controlla anche il contesto in cui le informazioni prendono forma. 

Di fronte a questo scenario è doveroso fare un passetto indietro e tornare a indagare per riappropriarsi delle proprie opinioni.

La memoria collettiva è a rischio

Qui c’è un tema enorme, spesso sottovalutato che riguarda il futuro, oltre che il presente: le generazioni future non ricorderanno solo ciò che è accaduto, ma anche ciò che è stato prodotto in maniera artificiale.

Se oggi la rete viene invasa da contenuti generati dall’AI, tra decenni questi materiali diventeranno parte dell’archivio del nostro tempo, anche perché ci ritroviamo ad essere i primi a creare e sperimentare con queste nuove tecnologie. È come se stessimo lasciando ai posteri un deposito di reperti, a volte eccezionali e ad altre volte imitazioni perfette mescolate alla realtà.

Non è necessariamente un male, perché accogliere l’evoluzione dei tempi e calcarla significa non restare indietro. Va solo vissuto questo momento storico con una profondissima consapevolezza.

Nell’intervista, Oggiano parla di un’epoca di transizione: i primi a maneggiare il “fuoco”. Ed è un’immagine utile: all’inizio, con ogni tecnologia rivoluzionaria, facciamo errori perché non abbiamo ancora sviluppato i freni, gli standard, i segnali di autenticità.

La domanda che mi pongo è cosa succede quando la confusione diventa strutturale? Quando “vero” e “verosimile” iniziano a convivere senza etichette?

Fact-checking nell’era IA

Le soluzioni tecniche arriveranno senza dubbio, ma nel frattempo la difesa più concreta che possiamo adottare di fronte alla non veridicità di notizie, foto etc deve essere un’abitudine mentale.

Dall’intervista emerge una regola potente è semplice: se è troppo perfetto per essere vero, probabilmente non è vero.
Se un contenuto ti fa arrabbiare in modo chirurgico, se ti consegna buoni e cattivi in 8 secondi, se sembra costruito apposta per farti condividere prima di pensare allora fermati.

Un’altra regola pratica è quella di provare a risalire la catena.

  • Chi l’ha detto per primo?
  • Dove e in che contesto?
  • C’è un video ufficiale? Un documento? Un comunicato? Una sentenza?
  • Stai leggendo solo opinioni che citano “altre fonti” che citano a loro volta “un post”?

Oggiano fa notare una cosa: l’IA può sintetizzare bene, ma se si basa sugli stessi articoli sporchi o incompleti, non sta verificando nulla. L’operazione che sta facendo è solo rimescolare.

Quando serve davvero fare fact-checking e controllare con scrupolo, bisogna tornare alla fatica: leggiamo un documento originale, torniamo alla fonte primaria, facciamo una telefonata e poi approfondiamo sempre anche il contesto.

Sembra controintuitivo, ma il miglior modo per difendersi dall’inquinamento informativo è smettere di inseguire tutto in maniera cieca.

Ecco un approccio sostenibile:

  • Riduci il numero di fonti ma alza la qualità
  • Preferisci contenuti originali (inchieste, libri, speciali, giornali) a frammenti infiniti
  • Prenditi tempo: se non puoi verificare, non condividere
  • Allenati a riconoscere i contenuti troppo perfetti

La competenza chiave è la selezione.

Essere gatekeeper di se stessi 

C’è un’idea che in qualche modo spaventa: l’esperienza informativa sarà sempre più individuale. Si tratta però di un antidoto pratico e accessibile a tutti coloro che vogliono davvero migliorare il filtro di cui ho parlato prima. A nessuno viene chiesto di diventare un massimo esperto o esperta in tutto, l’obiettivo è imparare a farsi le giuste domande su ogni cosa, e le domande sono semplici: Questa fonte è solida? Sto capendo o subendo in maniera passiva?
Ed è qui che, come racconta da Oggiano, torna il valore umano, necessario perché l’IA può darti risposte, eppure la differenza la fa ancora la qualità delle domande.

Conclusione

Immersi in una grande rivoluzione tecnologica, primi testimoni di una nuova era, la verità non sparisce ma ha un prezzo diverso. Costa attenzione e tempo, impegno e controllo.

E forse è questo il punto: serve lavorare ad un modo che ci consenta di essere pronti e allenati a distinguere quello che è attendibile da quello che non lo è.

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