AI: ma che cosa significa davvero “intelligenza”?

Introduzione

Ci sono conversazioni che non ti danno risposte definitive, ma ti fanno uscire dalla stanza con domande nuove nella testa. Quelle conversazioni che non ti lasciano con la sensazione di aver capito tutto, ma con quella più sottile e preziosa di aver spostato leggermente lo sguardo in un nuovo punto di vista.

È quello che mi è successo intervistando Nello Cristianini, professore di Intelligenza Artificiale all’Università di Bath. Una chiacchierata che, almeno per me, ha avuto questo effetto e invece di chiarire cos’è davvero l’Intelligenza Artificiale, ha iniziato a incrinare una certezza molto più profonda e meno dichiarata: la nostra idea di intelligenza.

E forse è proprio lì che si nasconde il nodo centrale del dibattito contemporaneo sull’AI.

Alla fine di questo articolo trovi l’intervista completa.

Il paradosso dell’AI

Cos’è per te l’AI? Te lo chiedo perché il modo in cui raccontiamo l’Intelligenza Artificiale oscilla continuamente tra due estremi. Da un lato la temiamo, la immaginiamo come una forza potenzialmente incontrollabile, capace di sfuggire prima o poi al nostro controllo un pò come succede nei film di fantascienza. Dall’altro la sminuiamo, liquidandola come poco più di una calcolatrice estremamente evoluta, “solo statistica”.

Sono due narrazioni apparentemente opposte, ma che in realtà condividono la stessa matrice e che, se ci pensi, ti fanno evitare prese di posizione o ragionare su domande più insidiose. Se l’AI è una minaccia, va combattuta ed evitata come la peste; se è un giocattolo sofisticato, può essere ignorata, tanto non avrà vita lunga. Fatto sta che in nessuno dei due scenari siamo costretti a rimettere in discussione le nostre categorie mentali.

E forse è proprio questo il vero paradosso.

L’intelligenza non è necessariamente umana

Proprio in relazione ai nostri grandi limiti, bias o così come vogliamo definirli, nella conversazione con Cristianini ci siamo soffermati su una questione che ci dovrebbe far riflettere un pò tutti: siamo ancora profondamente legati all’idea che l’intelligenza sia una prerogativa solo umana, o quantomeno qualcosa che acquista valore solo quando ci somiglia.

Se un sistema ragiona come noi, parla come noi e utilizza strumenti cognitivi che riconosciamo come familiari, allora iniziamo a concedergli una qualche forma di legittimità. Se invece l’intelligenza si manifesta in modi diversi, che non sempre sappiamo decodificare o lontani dalla nostra esperienza, tendiamo a negarla o a minimizzarla.

Basta allargare lo sguardo alla natura per accorgersi che l’intelligenza è una proprietà sorprendentemente diffusa e spesso si manifesta in forme che non hanno nulla a che vedere con il linguaggio, la coscienza o l’intenzionalità come la intendiamo noi.

Esistono sistemi biologici molto lontani dall’essere umano che riescono comunque a orientarsi nei propri ecosistemi in cui sono capaci di prendere decisioni, a imparare dall’esperienza e ad adattarsi all’ambiente in modo efficace, pur partendo da strutture cognitive diverse dalle nostre.

Questo ci spinge a rivedere l’idea che l’intelligenza forse non è qualcosa che riguarda solo l’essere umano, ma è la capacità di affrontare situazioni nuove imparando dall’esperienza, in qualunque forma. Se continuiamo a definirla solo a nostra immagine, rischiamo di non riconoscerla quando si presenta in forme diverse.

Cristianini dice: “Se noi ci ostiniamo a pensare che solamente l’essere umano è intelligente, ci sbaglieremo: non riconosceremo mai l’intelligenza quando la troveremo di fronte a noi, comprese nelle macchine.”

“È solo statistica” è un’obiezione fuorviante

Una delle frasi che sento ripetere più spesso quando si parla di Intelligenza Artificiale è che, in fondo, non sia altro che statistica, non può “capire” davvero nulla di quello che fa. È un’osservazione che rassicura, perché sembra rimettere le cose al loro posto e riportare l’essere umano al centro.

Eppure, ogni volta che la sento, ho l’impressione che stiamo semplificando troppo.

A me pare che sia un po’ come dire che una canzone è solo una sequenza di note. Tecnicamente è vero, ma sappiamo tutti che non è questo il motivo per cui una canzone, a un certo punto della vita, riesce a colpirci allo stomaco, a farci venire i brividi o a riportarci indietro di anni, in un luogo o in un tempo che credevamo dimenticati. L’emozione non sta nelle singole note, ma nel modo in cui vengono messe insieme. 

Allo stesso modo, quando un sistema di Intelligenza Artificiale riesce a risolvere un problema complesso non credo che si stia comportando come un pappagallo particolarmente veloce che ripete. Si sta muovendo dentro uno spazio che ha imparato a conoscere nel tempo, esplorandolo, combinando elementi, trovando percorsi che non erano assolutamente già tutti scritti in partenza.

Forse, allora, quello che dovremmo chiederci è ben lontano da: l’AI capisce davvero? Proviamo a chiederci se siamo disposti ad accettare che esistano modi diversi di dare senso alle cose. Modi che non parlano la nostra stessa lingua, ma che proprio per questo ci costringono a fermarci, ascoltare meglio e allargare un po’ lo sguardo.

L’AI non è un pappagallo

Potrebbe un pappagallo superare un esame difficile? Ovviamente no. Eppure un sistema come GPT ci riesce. Questo dovrebbe farci fermare un attimimo a riflettere. Ridurre l’Intelligenza Artificiale a una macchina che “ripete” come un pappagallo significa non vedere che, a partire da elementi anche semplici, possono emergere comportamenti complessi, che non sono stati programmati passo dopo passo e che non sono del tutto prevedibili, anzi per la maggior parte delle volte sono incredibilmente sorprendenti.

Ecco, il punto quindi è come andrebbe definita questa capacità di saper gestire gli elementi e dargli un senso compiuto, se non una certa forma di intelligenza? Non umana, non naturale, ma pur sempre intelligenza.

Intelligenze diverse che non sono copie dell’essere umano

Sarebbe rassicurante continuare a pensare di essere il centro del mondo, l’unica misura possibile di ciò che può essere definito intelligente. Ma accettare che esistano forme diverse di intelligenza cambia radicalmente il modo in cui guardiamo all’Intelligenza Artificiale.

Non dobbiamo aspettarci macchine che diventino come noi. È molto più probabile, e forse anche più interessante, che ci troveremo a convivere con sistemi che pensano in modo diverso, seguendo logiche che non coincidono con le nostre.

Queste intelligenze non sono inferiori né superiori: sono altre. Ed è proprio questa differenza che può trasformarsi in una risorsa, perché apre prospettive nuove, suggerisce soluzioni inattese e offre approcci che l’intelligenza umana, da sola, fatica a immaginare.

Tutto questo dovrebbe accendere un entusiasmo e un’accoglienza immensi. Siamo noi i tetsimoni di tutto ciò e chissà cosa succederà tra uno, 5 o 10 anni.

Quando l’AI ci costringe a evolvere

Un esempio che chiarisce bene questo passaggio è quello di AlphaGo, il sistema sviluppato per giocare a Go, un gioco antichissimo e incredibilmente complesso, considerato per anni uno degli ultimi territori intoccabili dalle macchine proprio per la quantità di intuizione e visione strategica che richiede.

Quando AlphaGo ha affrontato i migliori giocatori del mondo, la celebre mossa 37 è stata inattesa e spiazzante, qualcosa che nessun essere umano avrebbe giocato in quel momento della partita e che ha costretto tutti, spettatori e campioni compresi, a fermarsi e riconsiderare ciò che pensavano di sapere sul gioco.

Io credo che nessuno abbia pensato che quella mossa sia stata un’offesa all’intelligenza umana, però in qualche modo ha spinto i giocatori a ripensare a nuove strategie e ampliare il proprio modo di leggere il gioco, alzando il livello.

In questo senso, l’Intelligenza Artificiale ha costretto l’essere umano a migliorare e a confrontarsi con un’intelligenza diversa che non copia, ma apre possibilità nuove.

Io lo trovo affascinante da impazzire.

Dalla competizione alla collaborazione

Alla fine, perché dovrebbe realmente interessarci se l’AI ci supererà, si tratta comunque di un prodotto dell’intelligenza umana che è riuscita a immaginare e realizzare qualcosa di incredibile. Io mi chiedo cosa potremo fare insieme e spostare il focus dalla competizione alla collaborazione permette di vedere l’Intelligenza Artificiale come un amplificatore delle capacità umane.

Le grandi trasformazioni tecnologiche non cancellano l’essere umano. Io sono straconvinto che ne ridefiniscono il ruolo.

Conclusioni

All’inizio della conversazione con Cristianini era forte la voglia di capire cosa fosse l’Intelligenza Artificiale, definirla allontanandola da quella umana. E invece si esce da una chiacchierata così mettendo in discussione i nostri pregiudizi culturali. Si apre una fase nuova della conoscenza.

Guarda l’intervista completa.

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