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Nell’800 nasceva il giornalismo. Era quella conosciuta come la rivoluzione americana detta penny press (giornali al costo di un penny). Lo scopo era quello di rendere accessibili e veritiere le notizie su larga scala, per portarle all’attenzione di tutti, nessuno escluso.
Ne sono trascorsi di decenni e il giornalismo si è evoluto fino ad assorbire tante sfumature e declinazioni, adattandosi anche ai mezzi e agli strumenti, fino ad arrivare ad oggi.
Oggi siamo in una fase del progresso tecnologico in cui la questione centrale riguarda il futuro del giornalismo come strumento di accesso alla verità. In una intervista con il giornalista Francesco Marino abbiamo parlato dell’Intelligenza Artificiale che rappresenta una sfida diretta alla funzione del giornalismo, quella di osservare la realtà, raccontarla e renderla comprensibile alla società. Il tema riguarda le automazioni del mestiere stesso e anche la capacità del giornalismo di distinguere, verificare e interpretare il reale.
Il cambiamento del giornalismo
Da sempre il giornalismo ha fondato parte della propria autorevolezza sul principio del vedere per credere. Fotografie e video hanno svolto un ruolo dominante, in qualità di prove documentali difficilmente contestabili. Oggi questo presupposto è entrato in crisi.
Come sottolinea Marino, l’Intelligenza Artificiale consente di generare immagini e filmati talmente realistici da rendere fragile il ruolo del materiale visivo. Per il giornalismo si tratta di un cambiamento profondo perché anche la testimonianza visiva richiede ormai un processo di verifica e contestualizzazione.
In pratica quello che vedo con i miei occhi perde il suo valore documentale.
Il rischio più insidioso riguarda il cosiddetto “dividendo del bugiardo” (liar’s dividend), che consiste nel fatto che una persona ripresa in un video o in una foto mentre fa qualcosa di compromettente può ora difendersi dicendo: “Quello non ero io, l’immagine è stata generata dall’Intelligenza Artificiale”. Questo crea un clima di caos e incertezza dove diventa difficilissimo codificare la realtà e decidere di cosa fidarsi, anche se a parlare è la figura del giornalista.
Realtà su misura
Il giornalismo contemporaneo si muove, quindi, all’interno di un ecosistema dominato da piattaforme progettate per massimizzare il tempo di permanenza dell’utente su un determinato contenuto. Marino descrive questo fenomeno come “psicofancy delle macchine”, quella tendenza delle AI a confermare le convinzioni dell’utente per mantenerlo coinvolto.
Quello che si ottiene è una realtà su misura, in cui l’informazione perde progressivamente la sua funzione critica e si adatta alle aspettative individuali. Cosa mi aspetto di vedere? Cosa mi piace? Cosa invece mi fa venire voglia di passare oltre? Per riprendere anche quell’espressione che spesso ci fa sorridere: stiamo costruendo l’algoritmo mattone su mattone, ognuno il suo, e anche il giornalismo, inserito in questo contesto, fatica a svolgere il ruolo di elemento disturbante e di stimolo al pensiero.
Il volersi informare rischia così di ridursi a un consumo passivo di contenuti, caratterizzato da informazioni frammentate. Eppure, come dice Marino, l’attenzione rappresenta un atto di cura che contribuisce a definire l’identità di una persona. Quando il giornalismo rinuncia a orientarla, perde una delle sue responsabilità fondamentali.
La crisi del giornalismo
Spesso ci si concentra solo sui rischi più evidenti dell’IA nel giornalismo, come gli articoli scritti dai bot. Si tratta però di una lettura superficiale, che rischia di farci perdere di vista la vera radice del problema.
La crisi del giornalismo è anche legata ad una perdita di indipendenza economica precedente all’arrivo dell’AI. Come dice Marino, il modello basato sulla pubblicità è stato sempre di più svuotato perché se cerco una qualunque informazione ormai lo faccio direttamente sul tool AI. Le testate si sono così trovate costrette a privilegiare velocità, volume e titoli sensazionalistici.
Forse da questo punto di vista l’Intelligenza Artificiale agisce come un amplificatore delle fragilità esistenti.
Oltre a questo aggiungerei anche un’altra osservazione, che mi ha colpito mentre ero alla ricerca di notizie sull’argomento. In questo articolo di The Guardian si fa luce su un altro aspetto in crisi: la curiosità. Fino a qualche tempo fa quando leggevi un giornale o un’app di notizie, scoprivi cose che non sapevi di voler sapere. Incrociavi notizie che ti stuzzicavano, inciampavi in qualche cosa di interessante senza nemmeno cercarlo. L’IA, invece, risponde solo a quello che le chiedi tu. Questo crea una bolla dove non impari nulla di nuovo o inaspettato, rendendo l’informazione molto più piatta e limitata a quello che ti serve sapere in quel momento.
Il valore umano del giornalismo
Joseph Pulitzer, padre del giornalismo moderno, ha detto: “Esprimi il tuo pensiero in modo conciso perché sia letto, in modo chiaro perché sia capito, in modo pittoresco perché sia ricordato e, soprattutto, in modo esatto perché i lettori siano guidati dalla sua luce.”
E nel sistema informativo in cui siamo oggi, questo è un compito che solo un o una giornalista, certamente supportati dagli strumenti di intelligenza artificiale, può portare avanti.
Il ruolo del giornalista consiste nel fornire contesto, nel collegare eventi e nel restituire la complessità delle cose in una chiave accessibile.
Il pubblico si rivolge al giornalismo per comprendere il significato dei fatti e anche le loro cause o le loro conseguenze. Credo che il giornalismo dovrebbe darti tutti gli strumenti possibili per guidarci nella costruzione della tua personalissima opinione sulle cose. Affidare interamente questo processo agli strumenti non è possibile.
Conclusioni
Hai presente il concetto di Vita Lenta, che sta iniziando a diffondersi sempre di più?
Ecco, il giornalismo mi fa venire in mente proprio questo concetto. Godersi le piccole cose, lasciarsi sorprendere anche da ciò che non sapevi di voler sapere, prendersi un attimo per approfondire il mondo in cui viviamo, cercare la verità senza la fretta di arrivare subito a una conclusione. Fuori c’è velocità e automazione, ed è giusto che sia così, ma il giornalismo può tornare a essere uno spazio di lentezza consapevole: un rapporto diretto tra chi scrive e chi legge, fondato sulla fiducia, sulla coerenza di una voce e sulla volontà di fermarsi, anche solo per un istante, a capire davvero.



