In Un Anno Ho Intervistato 60 Startup, Ecco Cosa Ho Capito

In Un Anno Ho Intervistato 60 Startup, Ecco Cosa Ho Capito

Guest post di Michele Di Blasio, Co-founder di Lacerba

Nell’ultimo anno ho camminato lungo un percorso di conoscenza e apprendimento.

Potrà sembrare strano, ma quando ho deciso assieme ai miei soci di creare una piattaforma online di formazione, la prima esigenza che ho sentito è stata quella di formarmi a mia volta. Del resto fare l’imprenditore era per me un mestiere completamente nuovo. Molto diverso da quello che facevo prima, quasi opposto per alcuni versi.

Ho pensato quindi che la cosa più intelligente da fare, anziché analizzare la non proprio vastissima letteratura italiana in tema, o affidarmi esclusivamente a quella americana, fosse uscire. Andare a conoscere direttamente il mondo al quale mi stavo approcciando.

Ho deciso che dovevo conoscerne gli attori, cercare di fare leva sulla loro esperienza diretta, offerta quasi in real-time mentre stavano lavorando ai loro progetti. Volevo imparare dai loro successi, ma ancora di più dagli errori di tutti i giorni.

Ho pensato che questo potesse essere interessante non solo per noi, ma anche per tutti i nostri utenti. Assieme a Marco, Daniele e Matteo abbiamo quindi preso la camera, i microfoni, e siamo partiti alla ricerca di storie, e di persone che avessero voglia di raccontarcele. Non sempre ci è andata bene, ma alla fine abbiamo raccolto più di 23 ore di video, realizzando circa una sessantina di interviste, per un totale di 1380 minuti di girato.

A volte ci è stato chiesto di parlare o addirittura intervistare la segretaria, a volte di prendere appuntamenti formali con il CEO per discuterne. A volte abbiamo pranzato sulle rive del Po’ bevendo una bottiglia di Lambrusco per sciogliere la lingua prima dell’intervista. A volte siamo andati avanti fino a notte fonda a confrontarci, chiedere, cercare di assorbire informazioni utili. E sono proprio queste chiacchierate spensierate, tra persone con la stessa passione, il vero valore che ci portiamo dietro, con le diverse amicizie che si sono create e mantenute.

Per questo quando Raffaele (una di quelle persone che ci ha insegnato il valore dell’offrire valore) mi ha chiesto di scrivere un pezzo su questa nostra esperienza ho accettato volentieri, per fare il punto su quello che abbiamo imparato, e offrirlo come eventuale spunto di riflessione e ulteriore confronto.

Ci sarebbe molto di più da dire e da analizzare, ma di getto questo è quello che mi porto dietro.

Gli imprenditori di successo sono sognatori e visionari, con competenze trasversali e fiuto del business di gran lunga sopra la media

Scontato? Non proprio.

Viviamo in un’epoca meravigliosa, come piace ripetere sempre a Matteo Catalano (uno dei professionisti che abbiamo incontrato lungo il cammino che si sono poi prestati a insegnare su Lacerba). Mai come oggi è infatti possibile imparare qualsiasi cosa, mettersi in contatto con qualsiasi professionista, formare i migliori team del mondo rimanendo seduti alla propria scrivania. E così di conseguenza non c’è più limite alla possibilità di dare forma alla proprie idee, qualsiasi esse siano.

Questo da una parte sposta inevitabilmente l’asticella verso l’alto, la concorrenza si moltiplica, e i dettagli fanno sempre più la differenza. Ma dall’altra parte fa anche si che tanti ragazzi “ci provino”. Io sono della scuola di pensiero che sbagliando si impara e quindi non ritengo inutili questi tentativi, anzi. Penso però anche – se no non farei quello che faccio – che partire con delle competenze di base, rimanendo pronti ad imparare ed adattarle al proprio percorso, sia una condizione necessaria per chiunque voglia gestire efficacemente la propria startup. E questo per un semplice motivo.

Perché fare l’imprenditore non è solo un lavoro.

Sono 10 lavori insieme. È la capacita di vedere l’insieme dove i singoli vedono i pezzi. E non a livello di sogno. A livello estremamente, assolutamente, pratico e tecnico. Ho conosciuto geni dell’informatica, grandi venditori, incredibili designer, ma ho percepito che qui non si tratti di essere bravissimi nel fare una cosa, ma piuttosto nell’avere la capacità di vedere e controllare il proprio business a 360°. E questo lo si può fare davvero solo se si ha, oltre al talento, una preparazione adeguata.

Le startup non sono solo una moda del momento. Sono una risorsa fondamentale per il nostro paese, in grado di cambiarlo profondamente e scuoterlo dal basso

Come ho già detto, ho conosciuto diverse persone che considero assolutamente geniali.

Persone in grado di lavorare per le migliori società del mondo nei loro campi, che hanno invece preso una decisione diversa. Persone intelligenti sì, ma umili e soprattutto consapevoli dei rischi che questa scelta comporti per loro in termini di vita, oltre che di carriera. E per questo ancora più determinate a raggiungere i propri obiettivi, con una mal celata idea in testa di voler cambiare il mondo e le sue regole.

Ho visto ragazzi combattere contro leggi ingiuste o antiche (e vincere), ho conosciuto persone che collaboravano con lo stato stesso, per regolamentare nuovi settori. Ho visto una voglia vera di contribuire al sistema, a migliorare la vita di tutti. Ho visto un’estrema lucidità nel rincorrere il fatturato per crescere, non con l’obiettivo di fatturare in sé e per sé, ma piuttosto, con l’obiettivo di fare qualcosa di grande. Ho visto persone che si chiedevano davvero, tutti i giorni, nonostante le mille cose da fare: sto davvero creando valore?

Io stesso mi sono ritrovato tante volte a pensarci!

La verità è che per ogni vittoria arrivano 10 sconfitte, 10 critiche e attacchi. Ma se raggiungi quella vittoria, allora probabilmente non stai sbagliando tutto, hai una possibilità e una buona legittimità nello stare al mondo. Il fatto che tu poi sia sostenibile è tutto un altro paio di maniche, ma se non si parte con quello spirito, alla ricerca di quella vittoria, diventa dura.

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C’è una grande voglia di crescere insieme, ma non si è ancora arrivati a farlo con una vera identità nazionale

Quando mi sono approcciato alla mia ricerca sono andato in giro sperando di trovare un ecosistema Italia.

Ne ho trovati tanti invece, suddivisi in una moltitudine di piccole, straordinarie realtà locali. Ho scoperto una voglia in questi imprenditori di uscire dalla retroguardia e di mettersi in prima linea nell’innovare il proprio ecosistema. Una sorta di presa in prestito del giving back americano, tradotto nell’aiutarsi a vicenda per migliorare la posizione di tutti.

Ho conosciuto i ragazzi di Attico Startup, che mi hanno ospitato più volte a Bologna e introdotto a quella che loro chiamano scherzosamente la “BolognaValley”. Ho conosciuto gli ideatori di Hurricane Start, un appuntamento a Reggio Emilia che dai soliti 4 amici al bar è riuscito a portare centinaia di persone a condividere le loro storie e fare networking davanti a una birra. Ho scoperto che la regione Abruzzo incentiva gli investimenti dei privati in startup, e così fanno tante altre. Ho visitato le più importanti strutture di Roma e di Milano: da EnLabs a Pi Campus, passando dai vari Tag al Copernico.

In ognuno di questi posti ho trovato un’energia pazzesca. Una voglia incredibile di collaborare, aiutarsi, fare impresa assieme. Io vengo dalla finanza dove non ci si aiutava un granché. Questa capacità invece, di fare gruppo nelle difficoltà, ma anche nel successo, mi ha impressionato positivamente.

Eppure quello che ho notato, ma forse è anche prematuro, è che la bellezza e la spinta si esauriscono a livello locale appunto, e non riescono ancora a trasformarsi davvero in un movimento nazionale. Eterogeneo, per carità, ma con una reale capacità di coinvolgersi e contaminarsi a vicenda. Certo l’Italia è storicamente uno dei paesi più artisticamente e culturalmente frazionati al mondo, ma non per questo non dev’essere unito. Anzi, proprio questo scenario così variegato può offrire una ricchezza alle nostre startup con pochi eguali.

Ce n’è la possibilità, ci vorrebbe forse più volontà. 

Il nostro ecosistema è ancora indietro rispetto agli hub principali, ma non così tanto indietro come pensiamo

Potrà sembrare strano, ma l’impressione che ho avuto è che, nonostante tutto, non siamo così indietro rispetto agli altri. Vero, in Silicon Valley ci sono i soldi, ma si spendono anche alla velocità della luce. Avere un team di 5 sviluppatori in Italia o nella Bay Area sono due cose diverse, e non ho dubbi che il team più forte possa tranquillamente essere in Italia.

Il punto non è quello, ma è il concetto di velocità, e della relativa importanza del tempo che ognuno di noi dedica al raggiungimento dei propri obiettivi. Testare un prodotto e un mercato per poi fallire fa parte del gioco. Il fatto è che a San Francisco lo si fa, per necessità e per mentalità, nell’arco di qualche mese. E poi si riparte, alla ricerca del valore da offrire di cui parlavo prima. Ciò dà modo di produrre un continuo ricircolo delle idee, che rimangono aggiornate, mai stagnanti nella routine delle giornate da 24h di lavoro a cui tanti di noi (faccio mea culpa in primis io) ci sottoponiamo.

Da noi il fallimento arriva di solito, quando arriva, in 2-3 anni. Un tempo enorme nella vita di una persona, che fa lievitare sempre di più la grandezza del punto interrogativo alla fine delle parole “sto facendo la cosa giusta”. E soprattutto un tempo che ci fossilizza, togliendoci le energie per ripartire con un nuovo percorso, una volta abbandonato il primo.

Questo è un limite di affetto, come la mamma che si preoccupa ancora di un graffietto del suo “bimbo” quando il pupo ha 25 anni. È una mentalità sbagliata. Bisogna amare ciò che si fa, essere consapevoli che anche se è amore non vuol dire sia per sempre, e che morto un papa se ne può fare tranquillamente un altro, per quanto la scomparsa sia dolorosa.

Tutti lamentano l’assenza di investitori. In verità ce ne sono, ma spesso hanno un approccio che scoraggia gli imprenditori

L’Italia sconta una non proprio innata propensione al rischio.

La grande maggioranza degli italiani (e delle grandi società italiane) preferirebbe mettere i soldi sotto al materasso piuttosto che investire in startup. Dall’altra parte però una startup senza capitali nella maggior parte dei casi naufraga, o perde di focus.

Se smetti di fare il consulente per fare startup e poi ti ritrovi a fare di nuovo il consulente per sbarcare il lunario va bene, ma per poco, e comunque solo se ti fermi prima di arrivare al punto di perdere di vista o smettere completamente di fare ciò che la tua vision ti aveva inizialmente dettato. Il problema è che alcuni degli investitori che abbiamo conosciuto, e molti di quelli di cui ci hanno raccontato, sono del tutto consapevoli di questo squilibrio sul mercato.

Non ci sono molti che investono, e quelli che lo fanno non regalano nulla, diventando di fatto più investitori finanziari che reali soci. Questo non è sbagliato sulla carta, ognuno fa il suo gioco, ma può essere alla lunga deleterio.

Quando per la prima volta ho visto un bando, e ho visto che veniva offerta una certa cifra, di cui gran parte sarebbe servita per pagare gli uffici dell’investitore stesso io, perdonatemi l’ignoranza, sono rimasto allibito. Mi sono chiesto: è davvero necessario caricare la startup del costo fisso di un ufficio, invece di dargli qualche ora di uso di una meeting room per i clienti e dargli il resto dei soldi per sviluppare quello che stanno facendo?

Oltre ovviamente a contatti di partner, clienti e futuri investitori che classifichi l’investimento, lato startup, con il tanto gettonato aggettivo di “smart” money. Ma questo va da se, proprio perché l’obiettivo dell’investitore è quello di far crescere il valore del proprio investimento, non c’è motivo per cui non dovrebbe farlo.

Sia chiaro, questa non è una critica, ma è davvero uno spunto di riflessione. Io non sono per il copiare l’America. Non ci credo e non ci ho mai creduto in una esportazione della Silicon Valley in Pianura Padana o alle foci del Tevere. Ma se YCombinator fa cose tipo “una cena a settimana e l’invito (senza obbligo) ai founders a usare gli orari d’ufficio per chiedere consigli al loro team”, non potremmo provare anche noi ad avvicinarci un po’ a quel modello?

O siamo ancora così indietro che i nostri founders hanno bisogno, dopo aver già messo in piedi la startup, di essere sottoposti a lunghe sessioni di brainstorming per comprendere e applicare il concetto di Lean Startup?

Guest post di Michele Di Blasio, Co-founder di Lacerba

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