In un recente video vi ho raccontato perché trovo che la recente caccia alle streghe verso chi usa l’IA è ridicola e pericolosa. Poi mi son detto che avrei dovuto fare qualcosa in più, oltre a un video arrabbiato.
Ho deciso quindi di scrivere a Substack (ispirato dall’iniziativa di Andrea Camerino). Non per lamentarmi, ma per fare una richiesta formale. Come cittadino europeo, ho invocato l’articolo 21 del GDPR, il diritto di oppormi al processamento dei miei dati. Ho chiesto quindi di essere eliminato del tutto dalla nuova funzionalità Pangram (l’IA che ti dice se è un testo umano o meno, per capirci).
Non voglio che i miei post vengano scannerizzati. Né le mie note o i miei commenti. Non voglio che le persone possano “passarmi nell’algoritmo” per vedere se ho scritto io un testo.
Devo dare credito al fatto che mi hanno risposto in pochissime ore, sono stati veloci, educati, disponibili e anche estremamente prolissi. Hanno accolto la mia proposta, hanno rimosso etichette varie e gli altri utenti di Substack non possono controllare i miei contenuti con Pangram.
Tutto bene ciò che finisce bene? Non proprio…
Nella lunga email di risposta, a un certo punto arriva questo passaggio (che parafraso per semplicità e lunghezza). I lettori che decideranno di scansionare un mio contenuto riceveranno un messaggio che dice “AI detection non disponibile“. E la mail poi aggiunge “e non abbiamo piani di cambiare questa funzionalità con una versione neutra della stessa”.
Azz.
Prova di nuovo a rileggere il paragrafo sopra e riflettici un minuto.
Quello che ho ottenuto non è il silenzio. Ho ottenuto un cartello appeso fuori dalla mia porta. Non tolgono il pulsante, ma mettono un messaggio che dice che non puoi controllare questo autore.
Substack ci tiene a precisare che quel messaggio non è il risultato di una scansione AI e che quindi non possono assicurare di aver valutato il mio contenuto.
Mi pare abbastanza ovvio come questa cosa verrà interpretata da altri utenti Substack. Su altri post trovano un comodo semaforo colorato con una percentuale che li rassicura e da me trovano un “non disponibile”.
Questo mi riporta proprio alla questione “caccia alle streghe” di cui sto discutendo spesso recentemente. In una caccia alle streghe rifiutarsi di andare a processo non era un gesto neutrale. Non lo è mai stato. Se ti rifiutavi, allora il tuo verdetto era già stato scritto. Colpevole.
In fin dei conti, se sei innocente non hai niente da nascondere, giusto?
E quindi eccoci qua. Abbiamo un tool che nessuno ha chiesto, una procedura di opt-out che ti segna per sempre, e un’azienda privata che cerca di rassicurarti con il fatto che quel marchio non è un marchio.
Io per adesso me lo tengo. Preferisco il “non disponibile” rispetto all’essere misurato.
Ma continuo a chiedermi: in quanti faranno richiesta simile per non essere valutati? In quanti invece si sentiranno più sicuri se una percentuale e un bollino verde saranno associati al loro contenuto? E cosa diventa una piattaforma verso la quale una richiesta di opt-out diventa uno statement?



