L’arte fatta con l’Intelligenza Artificiale è vera arte?

Introduzione

Se c’è una definizione universale, che mette d’accordo tutti, sul concetto di arte è che questa è un vero e proprio linguaggio, a prescindere dalla tecnica che si usi. 

Non importa quale sia il modo e il mezzo: arte è qualcosa che piace o non piace, che accomuna o allontana, che rappresenta un’emozione o anche la semplice attualità, è la fotografia di secoli andati, è qualcosa che sconvolge e fa riflettere. Un linguaggio appunto. 

Eppure il mondo dell’arte sta attraversando una delle sue fasi più turbolente e affascinanti. Con l’arrivo dell’Intelligenza Artificiale generativa la domanda “L’arte fatta con l’IA è vera arte?” è diventata il centro di un dibattito acceso che coinvolge critici, artisti, filosofi e semplici fruitori. Siamo di fronte a qualcosa che minaccia di uccidere la creatività o a una nuova era di possibilità infinite?

Ho intervistato Giuseppe Ragazzini, pittore, illustratore e visual artist con una laurea in filosofia e una tesi proprio sull’IA scritta vent’anni fa, e dalla nostra chiacchierata emerge una visione profonda e articolata sul tema. L’IA non è un sostituto dell’artista, ma un “amplificatore creativo straordinario”, a patto che l’essere umano non smetta di controllare lo strumento.

Dove finisce la macchina e inizia l’uomo?

Prima di addentrarmi nell’argomento avanzerei una questione pratica, poiché uno dei primi ostacoli nel considerare l’IA come vera arte risiede nella difficoltà di circoscrivere il contributo umano. 

Quando un software genera immagini bellissime a partire da un prompt, dove finisce la macchina e dove inizia l’uomo?

Ragazzini usa una metafora nautica potente per spiegare questo rapporto: quella degli scafi dell’America’s Cup. Prima l’artista aveva a disposizione la “caravella” (gli strumenti analogici), oggi ha una “Formula 1 del mare” ipertecnologica. Il problema è che, mentre un tempo l’artista doveva saper andare a vela, oggi la tecnologia è capace di autogenerarsi persino il vento. Se la macchina fa tutto, cosa rimane allo skipper?

La risposta risiede nella capacità di tracciare la rotta, di operare sull’idea e sul linguaggio. L’arte fatta con l’IA è vera arte quando l’artista non subisce la tecnologia, ma la piega al proprio stile, alla propria storia, alle proprie scelte e alla propria sensibilità. L’IA può produrre bellezza per caso, ma è l’occhio umano che deve saperla riconoscere, selezionare e contestualizzare.

Il valore dell’imperfezione e del caso

Un tema centrale nella riflessione di Ragazzini è il ruolo dell’imperfezione, dell’errore e del caso nel processo creativo.

La macchina è perfetta, l’uomo no. Vero, più o meno.

Tuttavia mentre la macchina lavora su algoritmi perfetti ed efficienti, l’arte ha spesso bisogno del contrario. Siamo meravigliosamente imperfetti” , dice Ragazzini. 

La creatività umana spesso nasce bypassando la razionalità, inciampando in un errore che si trasforma in intuizione. Imperfezioni casuali, inaspettate e bellissime. Una goccia di colore che cade per sbaglio sulla tela può diventare il punto di partenza per una figura che l’artista non aveva concepito razionalmente, ma che gli ha offerto un nuovo modo di raccontare la sua storia.

Aldilà quindi della guida, di quel tracciare la rotta di cui abbiamo parlato prima, la vera sfida per l’artista contemporaneo è fecondare la potenza di calcolo della macchina con la fragilità e l’unicità del segno umano. Insegnare alle macchine anche ad avere bisogno dell’imperfezione. L’arte con l’IA diventa “vera” quando incorpora questa vibrazione vitale che l’algoritmo, da solo, non può generare.

L’IA come la bomba atomica del digitale

Ragazzini definisce l’IA come “l’atomica del digitale”. Una bomba, uno strumento di una potenza talmente vasta e incontrollabile che rischia di sfuggire alle nostre categorie di pensiero tradizionali. La velocità con cui questa tecnologia evolve è esponenziale e, per molti artisti (specialmente per le nuove generazioni), questo può portare a una sorta di spaesamento o alienazione. 

Mi spiego meglio: è come se ci fosse una sorta di sproporzione tra la forza dello strumento e la nostra capacità di controllarlo nel contesto artistico, e questa bomba agisce a più livelli: da un lato, l’IA mette in discussione categorie che per secoli hanno definito l’arte: autore, originalità, intenzione, stile. Dall’altro, lo fa con una velocità vertiginosa.

Il rischio dell’omologazione

Un altra questione è che esiste un “uso omologato” dell’IA che produce immagini tecnicamente perfette ma artisticamente povere, copie e fotocopie digitali che inondano il web. La differenza tra un semplice utente di software e un artista sta nella capacità di evitare questa saturazione estetica che diventa banale

L’obiettivo dell’arte è solo in parte produrre bellezza, poiché lo scopo più alto è quello di trovare e trasmettere un senso. Come negli scacchi, dove un computer può battere il campione del mondo ma noi continuiamo a guardare le partite tra umani perché ci interessa vedere e partecipare alla fatica e alla strategia umana, così nell’arte cerchiamo l’anima dietro l’opera.

L’IA ha democratizzato l’accesso alla creazione visiva: oggi chiunque può generare un “capolavoro” formale con pochi click. Questo però porta a una svalutazione dell’immagine?

Per rispondere a questo tema Ragazzini cita l’avvento della fotografia digitale: quando tutti hanno iniziato a scattare migliaia di foto, si pensava che la fotografia d’autore sarebbe morta. Al contrario, la bella foto è rimasta quella dietro cui c’è un uomo o una donna con uno sguardo e una storia. Con l’IA succederà lo stesso: ci sarà chi guida la Ferrari dell’algoritmo a 50 all’ora perché ha paura di andare in testacoda, e chi saprà manovrarla per raggiungere vette espressive inedite .

La bellezza irriducibile

C’è un concetto filosofico caro a Ragazzini: l’emergenza. La bellezza, così come la coscienza, è qualcosa che emerge dall’incontro di diversi elementi ma è irriducibile alla somma delle sue parti. L’IA, pur non essendo consapevole di ciò che produce, può generare bellezza? Sì, se guidata correttamente.

L’arte con l’IA è dunque vera arte nel momento in cui il risultato finale possiede quella qualità emergente che risuona con l’osservatore. Non importa che la macchina non sappia cosa sta facendo, importa che l’artista sappia cosa sta comunicando attraverso di essa.

Conclusioni

Mi sembra sempre che in ogni argomento in cui c’entri l’AI si arrivi sempre ad una sorta di battaglia: umanità contro macchina. A me, invece, sembra sempre di più delinearsi una sorta di linea collaborativa in cui l’essere umano conserva la propria matrice biologica e spirituale. 

Superare la svalutazione dell’arte nell’era dell’IA significa, invece, rivendicare e anche sottolineare il valore della sperimentazione e del fallimento

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